Nel camerino della boutique con mia madre

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Chi ha avuto genitori titolari d’azienda sa bene che il rapporto con una madre può essere riassunto in un'unica, ossessiva parola: FRETTA.

Odiavo quel ritmo frenetico. Mia madre era un turbine di telefonate, scadenze e ordini; per me, il suo unico figlio, restavano solo quei piccoli ritagli di tempo che spesso erano durante gli orari di pranzo o cena. Eppure, fu proprio quella fretta a far saltare ogni schema, trascinandoci in un territorio dove il buonsenso smette di esistere. Se non ricordo male avevo sui quattordici anni, o forse qualcosa meno; in pratica quell’età in cui sei un groviglio di nervi e ormoni, ma nonostante questo mia mamma mi trattava ancora come se ne avessi dieci.

«Non puoi stare a casa da solo, chissà che combini. Muoviti, vieni con me, faccio un salto veloce al centro commerciale e torniamo», disse nervosa mentre stava accendendo la sua BMW nel garage di casa. Io non avevo assolutamente voglia di andare, visto che quando rimanevo solo in casa potevo passare il tempo indisturbato a giocare alla Play o a masturbarmi sugli hentai, chiuso nella mia cameretta.

Mamma era bellissima, di quella bellezza autoritaria che mette soggezione. I capelli castani legati in una coda alta, un tailleur con una gonna così aderente da segnare ogni curva dei fianchi e del sedere sodo. La camicetta bianca faticava a contenere il seno, una quarta piena che premeva contro il tessuto lasciando intravedere il pizzo del reggiseno. Profumava di ufficio e di quel profumo costoso che usava solo per le grandi occasioni.

Arrivammo al centro commerciale di tutta fretta e, una volta parcheggiata la macchina nei sotterranei, prima di uscire si raccomandò: «Ho davvero fretta, quindi non fare brutti scherzi. Vieni con me e non sparirmi da sotto gli occhi. Faremo presto». Io annuii in silenzio.

Una volta entrati, camminava davvero veloce nonostante indossasse tacchi molto alti; aveva gli occhi fissi sullo smartphone mentre rispondeva a raffica a messaggi vocali. Entrammo in una boutique di lusso; afferrò una manciata di abiti e mi spinse verso i camerini. «Entra qui, non voglio che ti aggiri per il negozio», mi ordinò. Il camerino era spazioso, isolato da una tenda pesante, con uno specchio enorme che rifletteva ogni dettaglio.

Mi sedetti su una piccola panca che era posizionata su un lato, mentre lei cominciò a provarsi i vestiti con la naturalezza disarmante di chi non ha tempo per il pudore. Si spogliava davanti a me, restando in reggiseno e slip. «Com'è questa? Mi invecchia?», chiedeva ruotando sui tacchi, mostrandomi il sedere fasciato dal cotone bianco. Io restavo seduto sulla panca, immobile, travolto da un mix di imbarazzo ed eccitazione. Vedere mia madre così mi faceva martellare il cuore nel petto.

Mentre stava riorganizzando i vestiti appena provati, saltò fuori un completo di biancheria intima che mi lasciò un po' spiazzato, visto che non avevo notato che l’avesse preso. Pizzo nero, trasparenze, autoreggenti. «Ah, questo lo volevo provare per ultimo. Tu girati, non guardare», disse con tono severo, già distratta da una notifica sul telefono.

Mi girai un po’, ma rimasi a fissare con la coda dell’occhio il suo riflesso sul grande specchio che avevo di fianco. Si sfilò il reggiseno bianco e le tette saltarono fuori, pesanti, con i capezzoli turgidi per l’aria condizionata. Le sistemò dentro il pizzo nero del balconcino, che le sollevava il seno creando un décolleté che toglieva il fiato. Poi calò le mutandine. La sua fica era lì, a pochi centimetri dai miei occhi riflessi: quasi completamente depilata, una sottile striscia scura sopra il clitoride gonfio e le labbra carnose, appena socchiuse. Infilò il perizoma nero che sparì letteralmente tra le sue chiappe, lasciando il culo nudo e perfetto in bella mostra.

Si chinò per agganciare le autoreggenti, offrendomi così una prospettiva devastante. A quel punto posso assicurarvi che ero duro come il marmo. Il mio cazzo premeva contro i jeans, pulsava in modo doloroso, creando una protuberanza impossibile da ignorare. Questa cosa mi creava ancora più imbarazzo, ma non riuscivo comunque a non guardare quel fantastico spettacolo.

Se ne accorse mentre si stava rivestendo. Il suo sguardo cadde lì, sul mio pacco enorme. Spalancò gli occhi. «Oddio...», mormorò. «Non possiamo uscire così. Se una commessa ti vede in questo stato nel camerino con me... succederebbe un casino». Guardò l’orologio con ansia crescente. «Ho una riunione tra mezz’ora, non possiamo aspettare che ti passi».

Il mio cazzo non sentiva ragioni; anzi, la sua vicinanza lo rendeva ancora più turgido. Sentivo la punta bagnarsi di pre-sborra. Lei iniziò a camminare nervosamente nello spazio stretto, toccandosi il mento con le dita, come se stesse cercando di trovare una soluzione al più presto. «Ascolta», sussurrò con una voce agitata che non le avevo mai sentito. «Devi... devi fartela passare. Subito. Ti sei mai masturbato? Riesci a farlo adesso?»

«Mamma... ma che dici?»

«Sbrigati!», sibilò tra i denti. «Non abbiamo alternative. Fallo e basta».

Ero davvero agitato, ma allo stesso tempo non credevo alle mie orecchie: potevo segarmi proprio in quel momento davanti a lei! Con le dita che tremavano, abbassai la zip e il mio cazzo schizzò subito fuori. Iniziai a segarmi freneticamente sotto il suo sguardo. Ma era impossibile: averla lì che mi fissava mi metteva troppa soggezione e, nonostante sentissi il suo profumo e vedessi le sue tette che quasi scappavano dal reggiseno, non riuscivo a venire. Forse anche il piacere era troppo forte e tutto questo mi bloccava.

Lei imprecò, si mordicchiò il labbro inferiore. «Non funziona... non abbiamo tempo, cazzo!» Un lampo di decisione le attraversò gli occhi. «Ok. Ci penso io».

Si inginocchiò davanti a me. Mia madre, la donna d'affari tutta d'un pezzo, in ginocchio sul tappeto del camerino con la gonna tirata su. Mi afferrò il cazzo con una mano calda, esperta, decisa. Iniziò a segarmi con una velocità brutale, stringendo forte la base e lavorando sulla cappella. «Dai, vieni... sborra per mamma... dobbiamo scappare...»

Iniziai a gemere per il piacere, ma mia madre mi tappò subito la bocca con l’altra mano facendomi cenno di stare zitto. A quel punto ero davvero al limite ma, non so perché, non riuscivo a esplodere nonostante tutto questo fosse anni luce meglio dei soliti hentai che guardavo. Lei guardò di nuovo l’ora, poi mi fissò dritto negli occhi. «Giurami che non ne parlerai mai con nessuno. Mai».

Io a stento riuscivo a parlare. Ero completamente in estasi.

«Giuramelo!»

«Te lo giuro...»

Senza aggiungere altro, si chinò in avanti. Sentii le sue labbra calde e umide avvolgere la cappella. La sua lingua passò sopra il buco, leccando il liquido, poi mi prese tutto il cazzo in bocca, fino in gola. Mia madre mi stava succhiando il cazzo. Andava su e giù con un ritmo ossessivo, mentre con una mano mi massaggiava le palle. Sentivo i suoi gemiti soffocati, il calore della sua gola che mi mungeva.

A quel punto durai pochissimo. Le afferrai d’istinto i capelli mentre con il bacino spingevo verso la sua bocca. «Mamma... sto venendo!»

Lei non si staccò. Succhiò ancora più forte, con avidità. Esplosi, e un'ondata di sborra densa e calda le riempì la bocca. La sentii deglutire più volte, con forza, mentre continuava a leccare finché non fui completamente svuotato.

Quando si alzò, si pulì un angolo della bocca con il pollice e si sistemò i vestiti con una freddezza quasi irreale. L’erezione era sparita, sostituita da un torpore elettrico.

«Bravissimo», sussurrò con la voce rauca. «Ora usciamo. E ricorda: non è successo niente».

Uscimmo dal camerino come se avessimo solo provato un paio di gonne. Pagò in fretta, mi riportò a casa guidando in un silenzio tombale e ripartì subito per il suo appuntamento. Ma io, ogni volta che sento l’odore di quel profumo o vedo del pizzo nero, torno in quel camerino. Torno a quel giorno in cui la fretta di mia madre divorò ogni legge morale.

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