L'alcol, il desiderio e il limite infranto con mio padre

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So che quello che è accaduto quella sera tra me e mio padre non sarebbe mai dovuto succedere, eppure è impresso nella mia memoria come un marchio a fuoco. Non saprei dire se sia stata colpa mia, sua, o di un’alchimia distorta tra entrambi; so solo che è successo. È passata quasi una settimana e sento il bisogno viscerale di sfogarmi, di dare voce a quel segreto che mi preme nel petto. Non potrei mai parlarne con nessuno, nemmeno con Ludovica, la mia amica più cara. Così ho scelto l’anonimato delle parole scritte, perché chiunque possa leggere senza sapere chi si nasconde dietro questo racconto.

Quella sera Ludovica compiva diciott’anni. Aveva organizzato una festa in grande nella tenuta di campagna della sua famiglia, un posto isolato e silenzioso che i suoi usavano per staccare dal caos cittadino. Ero elettrizzata: ci sarebbe stata tutta la scuola, musica a palla e fiumi di alcol. Per molti era la normalità, per me era l’ingresso in un mondo sconosciuto. Non ero mai stata il tipo da discoteca o da sballo; ero sempre rimasta un passo indietro, a guardare gli altri vivere mentre io restavo protetta nella mia bolla.

Ma quella sera volevo cambiare marcia. Mi sentivo al sicuro perché eravamo a casa di un’amica e, lo confesso, avevo voglia di flirtare, di sentirmi guardata. Ero stanca di restare in silenzio quando le mie amiche parlavano delle loro avventure dopo qualche bicchiere di troppo. Volevo, per una volta, essere io la protagonista dei racconti del giorno dopo.

Passai il pomeriggio a prepararmi. Niente scollature eccessive, non era nel mio stile, ma scelsi una gonna nera corta che non mettevo da anni e una maglietta bianca attillata. Legai i capelli in due grosse trecce, un look che oscillava tra l’innocenza e una malizia di cui non ero del tutto consapevole.

Verso le 18:30 sentii la porta blindata chiudersi: papà era tornato dal lavoro. Corsi giù prima che sparisse sotto la doccia.

«Ehi papà, ti ricordi che stasera mi accompagni da Ludovica, vero?»

Lui si fermò, mi squadrò lentamente dalla testa ai piedi e sospirò. «Ah, già... il compleanno.» Il suo sguardo indugiò sulle mie gambe, poi aggiunse con una nota di fastidio: «Non ti sembra un abbigliamento un po’... eccessivo per una festa in campagna?»

Mia madre era fuori per lavoro e lui, rimasto solo, sembrava non riuscire a trattenere quella gelosia possessiva che lo aveva sempre contraddistinto.

«Dai papà, non ricominciare! È un diciottesimo, sono anche troppo coperta per gli standard,» ribattei cercando di smorzare la tensione.

Lui si avvicinò di un passo, l’aria pesante. «E chi ci sarà? Ludovica ha invitato cani e porci, immagino. Ci sarà da bere, vero? Alcol a volontà?»

Le sue domande non erano semplici curiosità, erano sentenze. Si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia muscolose sul petto. «Dimmi una cosa,» disse abbassando il tono di voce, «tu hai mai bevuto davvero? Intendo... sai cosa succede quando l'alcol ti entra in circolo e perdi il controllo?»

Scossi la testa, sentendomi improvvisamente piccola. «No, papà. Solo qualche sorso di spumante a Natale.»

Lui fece un sorriso amaro, quasi di sfida. «E sai cosa vogliono gli uomini da una ragazzina che non sa reggere un bicchiere? Pensano che sia una preda facile. Pensano che basti un po' di gin per farti fare qualunque cosa.» Mi si fece più vicino, tanto che potevo sentire il profumo del suo dopobarba. «Vuoi andare a quella festa a farti usare dal primo imbecille che incontri?»

«Non succederà,» sussurrai, ma la mia voce tremava.

«Vieni in cucina,» ordinò lui, voltandomi le spalle. Lo seguii come ipnotizzata. Lo vidi aprire la credenza dei liquori e tirare fuori una bottiglia di rum e due bicchieri di cristallo. Ne versò un dito in ognuno. «Se proprio devi iniziare a bere, meglio che lo faccia qui, con me. Almeno saprò che sei al sicuro mentre impari i tuoi limiti.»

Mi porse il bicchiere. Il liquido bruciava già solo all'odore. Bevvi un sorso, tossendo per il bruciore improvviso che mi scese in gola. Lui invece mandò giù il suo tutto d'un colpo, senza distogliere gli occhi dai miei. Ne versò ancora. E ancora.

Dopo il terzo bicchiere, la cucina iniziò a sembrare più calda, i contorni dei mobili più sfumati. La mia agitazione si era trasformata in una strana, morbida euforia. Mi sedetti sullo sgabello e lui rimase in piedi davanti a me, vicinissimo.

«Papà... io non so niente,» confessai all'improvviso. «Le mie amiche raccontano storie... dicono di sapere come muoversi, cosa fare con i ragazzi. Io mi sento un'intrusa. Non ho mai fatto nulla con nessuno.» Alzai lo sguardo verso di lui, sentendo le guance in fiamme. In quel momento era come se l’alcol avesse affogato nella mia testa quella vocina che ti grida quando stai per dire qualcosa di inopportuno o sbagliato. Non sapevo se fosse l’alcol a parlare o la mia vera me stessa. «Vorrei che... vorrei che fossi tu a istruirmi. Non voglio che sia un estraneo a farmi capire cosa e come devo fare.»

Il silenzio che seguì fu elettrico. Vidi il pomo d'Adamo di mio padre sussultare mentre deglutiva. Allungò la mano verso la bottiglia di rum, la afferrò e, senza dire una parola, si diresse verso il salotto mentre dava un altro sorso direttamente dal collo della bottiglia.

Decisi di seguirlo, ma appena scesa dallo sgabello trovai difficoltà anche solo a restare in piedi. Mi sembrava che l’intera cucina iniziasse a girare intorno a me. Feci un respiro profondo e, appoggiandomi ai mobili, mi diressi in salotto.

Vidi mio padre seduto in silenzio sul divano, con lo sguardo fisso nel vuoto. Mi avvicinai e, appena gli fui davanti, gli caddi praticamente addosso. Una volta sulle sue gambe, sentivo il mio corpo letteralmente in fiamme. Era una sensazione che non avevo mai provato. Era come se quel fuoco avesse bruciato le corde che tenevano a freno le mie perversioni, quelle che fino a quel giorno avevo tenute represse. Dal basso lo fissai per un istante, poi avvicinai il viso al suo petto e iniziai a inalare il suo odore.

Con voce fievole, lui mi disse: «Smettila, ho sbagliato a farti bere così tanto. Sei ubriaca e quello che stai facendo è sbagliato.»

Fu come se avesse parlato a un muro. In quel momento sentivo l’incendio divampare sempre di più dentro di me e non riuscivo a ragionare. Spostai la mia esile mano verso il suo petto e poi, con molta delicatezza, la feci scendere lungo il suo corpo fino al suo pacco. Lui sussultò, ma non gli diedi tempo di fiatare: gli strinsi il cazzo tra le mani e gli sussurrai: «Vorrei davvero che tu mi insegnassi. Non ho mai fatto queste cose con nessun uomo e vorrei che fossi tu l’uomo con cui sperimentarle.»

Alle mie parole lui rimase come pietrificato, ma il suo corpo parlava per lui: sentivo sotto il palmo della mano che il suo cazzo era diventato durissimo.

Abbassai in modo un po’ impacciato la zip dei suoi pantaloni, infilai la mano dentro e lo afferrai. Era veramente duro e bagnato. In quel momento il mio istinto, probabilmente condizionato dai racconti delle mie amiche, mi ordinò di lasciar scivolare il corpo ai piedi di mio padre, finché non mi ritrovai in ginocchio di fronte a lui, con la faccia proprio davanti a quel membro che sbucava dai pantaloni.

Avvicinai lentamente il viso fino a sentirne l'odore forte, poi, senza pensarci, accostai le labbra alla sua cappella e con molta lentezza glielo presi in bocca. Lui continuò a non dire una parola, ma in quel momento gli scappò un gemito di piacere.

Non avevo mai fatto un pompino e non sapevo se ci fosse un modo corretto per farlo, ma il mio istinto mi stava guidando: facevo scorrere la lingua lungo l’asta, che sentivo diventare sempre più turgida a ogni passaggio delle mie labbra. Nel frattempo, la mia figa era diventata un lago e la voglia di essere penetrata era ormai irrefrenabile. Mi alzai, mi sollevai la gonnella e scostai le mutandine completamente fradicie; mi misi a cavalcioni su di lui e lasciai che il suo cazzo scivolasse dentro di me.

Inizialmente provai un leggero dolore, ma pochi istanti dopo si trasformò in una sensazione di piacere estremo. Tenendo la sua testa stretta tra le mie braccia, premuta contro i miei capezzoli che erano diventati durissimi, iniziai a muovere i fianchi su e giù. Dopo pochissimi secondi – non saprei quantificare bene visto il mio stato, ma saranno stati sì e no dieci – mio padre si alzò improvvisamente, quasi lanciandomi di fianco a lui sul divano.

Rimasi scossa, ritrovandomi sdraiata di lato. Lui scattò subito di fronte a me, mi prese per la testa e mi spinse il cazzo dentro la bocca. In quel preciso istante lo sentii esplodere, inondandomi col suo sperma caldo. Cercai di trattenerlo, ma era davvero tantissimo, così istintivamente finii per ingoiarlo.

Non ci dicemmo una parola. Lui si ricompose, evitando il mio sguardo, e con un cenno rigido della testa mi fece capire che dovevo salire in camera mia. Non andai a nessuna festa, quella notte. Rimasi sveglia nel mio letto, fissando il soffitto, con il corpo che ancora vibrava di un’energia sconosciuta e spaventosa.

Il giorno dopo mia madre rientrò dal suo viaggio. La vita riprese la sua solita routine, come se nulla fosse accaduto. A colazione, lui leggeva il giornale e io bevevo il mio latte, interpretando la recita perfetta della famiglia normale. Ma sotto la superficie, tutto era cambiato.

Ora, mentre scrivo queste righe una settimana dopo, sento il peso di quel segreto schiacciarmi e, allo stesso tempo, eccitarmi. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociano per sbaglio in corridoio, sento quella stessa scossa elettrica. Non so cosa succederà adesso. Non so se sia stato l’inizio della mia dannazione o la mia vera educazione. So solo che quella porta, una volta aperta, non può più essere richiusa.

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